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Massimiliano Mariani

Un occasione da non perdere per il rilancio dell’agricoltura – Piano di Sviluppo Rurale Umbria 2007-2013.

Il Piano di Sviluppo Rurale 2007-2013 dell’Umbria, il 20 Novembre 2007 è stato approvato dalla Commissione Europea, accogliendo per gran parte quanto richiesto dalla nostra Regione, anche con tagli importanti su alcune misure come sui prepensionamenti e l’indennità dei siti “Natura 2000”, od alcune riduzioni per l’agricoltura biologica.
Resta il fatto che per l’Umbria, tra pubblico (334 milioni) e privato (760 milioni), saranno a disposizione risorse per oltre 1.000 milioni di euro, per sviluppare, promuovere, tutelare ed innovare il settore dell’agricoltura e delle filiere legate al settore rurale.
I primi bandi per la presentazione delle domande di progetti da finanziare, sono previsti per la prossima primavera, ed ora il compito passa all’amministrazione pubblica, ma soprattutto all’iniziativa privata, per sfruttare questa opportunità di rilancio del settore agricolo, anche nella nostra città…
Spesso in Umbria i finanziamenti messi a disposizione dalla Ue non vengono sfruttati… perdendo occasioni irripetibili… tenendo conto che l’allargamento della Comunità Europea, porterà sempre meno contributi per l’Italia, a vantaggio di aree più “depresse” come quelle dell’Est (Romania, Bulgaria ecc.).
Il settore agricolo e rurale della nostra città, pur non essendo quello trainante, a fronte di una tradizione “montanara”, può rivelarsi una fonte alternativa a quello della ceramica o quant’altro, ed inserirsi in contesto di sviluppo regionale, sempre più attento e valorizzato dalla sua “tipicità”, e ben sfruttato per “filiere”, in altre realtà vicine.
Le occasioni potrebbero esser diverse:
Magari potremmo realizzare il progetto lanciato dal nostro Sindaco, sui 100 mila olivi della qualità “Cultivar Rigalese”, da piantare lungo la dorsale appenninica locale .
Potremmo finanziare una ricerca sulla qualità di vitigni più adatti per nostro habitat, in un’ottica di riqualificazione del prodotto (per il vino si parla di un estensione del marchio IGT, Indicazione Geografica Tipica), andando a sostituire quelle vigne locali, presenti con diverse varietà, che non rispettano nessun canone produttivo, se non quello della “quantità” necessaria per il fabbisogno familiare.
Potremmo riscoprire l’antica coltivazione dello zafferano, come hanno già fatto a Cascia e Città della Pieve, od altri prodotti di qualità, magari certificati.
Potremmo sostenere l’apicoltura (per esempio a Valsorda come sperimentato con ottimi risultati da alcuni apicoltori locali, nella stagione della fioritura), la silvicoltura, la tartuficoltura o la zootecnia bovina (Chianina autoctona, marchio IGP per la carne del Vitellone Bianco dell’Appeninino Centrale), ovina (valorizzazione del “pecorino” locale, nelle specialità infossate, in “botte” o canestrate) o quella suina con la tradizionale arte della “capatura del maiale” o di un ipotetica “barbozza” doc di Gualdo Tadino.
Potremmo migliorare i servizi e le infrastrutture connesse allo sviluppo ed al rispetto delle aree rurali (esempio interventi di fitodepurazione per le acque reflue).
Potremmo realizzare progetti di sviluppo comuni, con la formazione di consorzi specifici, permettendo la realizzazione di strutture d’uso comunitario, come molini per l’olio, cantine sociali, macine per farine di prodotti esclusivamente biologici o laboratori artigianali e trasformazione di prodotti agricoli; acquistare in comproprietà mezzi agricoli costosi, ma innovativi, o ancora promuovere la ricerca sul nostro territorio specifico, formando ed inserendo in questo mondo anche “giovani menti elastiche”, insieme a buoni “mani”, sempre più specializzate.
Ma oltre a misure innovative come possono essere quelle agro-energetiche, può essere un ulteriore occasione per tutelare e valorizzare il paesaggio rurale, interessando anche il settore agrituristico, legato alla nostra terra, alla nostra tipicità, fatto soprattutto di una tradizione basata sulla “semplicità” del mondo contadino.
Gli assi e le misure previste dal Piano di Sviluppo Rurale 2007-2013, sono diversi… tutti sicuramente non saranno finanziati… Comunque allego copia del Programma Regionale, che potrebbe subire anche qualche modifica… ma può restare utile a chi potrebbe esser interessato… magari per studiarselo in anticipo, in attesa di più precisi bandi e notizie…
Mi piacerebbe aver confronto anche con altri amici… magari su possibili idee, per questo settore, a mio avviso rimasto un po’ indietro…
E come spesso termino i miei forum, in maniera “anti/simpatica” e provocatoria… voluta come una critica stimolante, dico: “Gualdo non può restare a dormire…”

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Risposte a questa discussione

Leggo oggi sul Corriere dell' Umbria, che domani (4 Maggio), la Coldiretti Umbria presenta un progetto europeo "Rurale.Evolution", che scommette sulle Biomasse:
creare metodologie di studio e lavoro, con una ricerca su benefici, costi e fattibilità... promuovere dei distretti agroenergetici di carattere pubblico-privato a livello territoriale... in modo da sviluppare un modello utilizzabile nei contesti rurali, per la diffusione di fonti energetiche rinnovabili di origine agricola e la diversificazione energetica...
C'è il patrocinio del Centro di ricerca sulle Biomasse dell'Università di Perugia e già la partecipazione del Comune di Montefalco...

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Oggi nel quotidiano La Repubblica c'era questo interessante articolo a firma di Carlo Petrini:

Il made in Italy della terra
C'è un tesoro nascosto nei campi


Nessuno vuole più fare il contadino in Italia, ma la nostra agricoltura
nasconde mille risorse. Perfette per portarci fuori dal tunnel della crisi

L'ITALIA agricola è un "Paese per vecchi". Abbiamo un contadino giovane, sotto i 35 anni, ogni 12,5 agricoltori con più di 65 anni. Niente di paragonabile a Francia e Germania dove lo stesso rapporto scende rispettivamente a 1,5 e 0,8. Verrebbe quasi spontaneo lanciare un appello ai giovani: "Uscite dai call center, andate nei campi!". Fatevi il favore di un lavoro meno precario, più creativo, più gratificante, dove siete i padroni di voi stessi, per ritrovare un sano rapporto con il mondo.

Bisognerebbe pensare e parlare non solo di crisi dell'agricoltura, ma di agricoltura come una delle possibili vie d'uscita dalla crisi. La formula purtroppo però non è così scontata, perché evidentemente in Italia tornare alla terra o continuare il lavoro di padri agricoltori non è facile: il Paese, preso dall'ansia di rilanciare i consumi, l'industria e l'edilizia, un'opzione del genere neanche se la immagina. O se la immagina male.

I commenti di alcuni politici, in questo periodo, ricordano la vecchia pubblicità di un'azienda di pennelli. L'ingenuo manovale diceva: "Per dipingere una parete grande ci vuole un pennello grande" e quasi stramazzava sotto il peso di un arnese così gigantesco da non essere funzionale. È la logica che guida quanti oggi si precipitano a spiegare che la crisi è "globale" e tali devono essere le soluzioni: grande scala, impatto internazionale, industria, potenziamento dell'export...

Al contrario, si arriva addirittura a dileggiare le soluzioni che individuano percorsi locali, cicli brevi, potenziamento delle filiere corte, delle reti e delle economie locali: soluzioni leggere, rapide, partecipate ed immediatamente efficaci. In questo modo ci si dimentica che le nostre campagne si stanno spopolando come non mai e nemmeno si aiutano i giovani con i giusti incentivi o lo snellimento di pratiche burocratiche sempre più vessatorie.
L'agricoltura in Italia determina la formazione del 15% del Pil relativo all'agroalimentare, dà lavoro al 4% della popolazione occupata. Gli addetti sono in costante calo: 901mila nel 2008, 924mila del 2007 e 982mila nel 2006. I giovani sono il 2,9% del totale, anche qui, di lunga molti meno che in Francia e Germania (7,5% circa in entrambi i Paesi). Sono dati che dovrebbero calamitare l'attenzione non solo di chi governa, ma in generale di chi vuole comprendere e analizzare le pieghe dell'attuale crisi e, allontanandosi dagli slogan, provare a capire come sta funzionando il Paese in questo periodo, come si stanno comportando le persone, le aziende, i consumi, le vite reali.
Invece un malinteso senso della modernità e del business porta ormai molti politici ad allontanarsi sempre più dalla considerazione dei territori e delle loro peculiarità ed esigenze, per riferirsi esclusivamente ai mercati per lo meno nazionali, ma preferibilmente internazionali. Il che significa filiere lunghissime, trasporti, monocolture, grande distribuzione, necessità di input chimici per le coltivazioni, apertura agli Ogm. Significa, sostanzialmente, ulteriore industrializzazione del modello agricolo: grandi quantità, uniformità, concentrazione e priorità alle esigenze di chi vende piuttosto che a quelle di chi coltiva e consuma. La parola magica è "competitività", e quindi "export", ovviamente riferito al "made in Italy".

Propongo di guardarlo in faccia il "made in Italy" del cibo, e di guardargli anche le mani, le scarpe, le rughe, le aziende. Guardiamo anche gli estimatori del made in Italy. Non ci sono solo quelli che lo apprezzano da casa, acquistando i prodotti italiani o che presumono essere tali. Ci sono anche, e sono tanti, quelli che vengono in Italia non per ammirare le autostrade, le ferrovie, i porti grazie ai quali esportiamo il made in Italy, ma per sentirsi accolti da una cultura legata a prodotti, sapienze e gesti che hanno dato vita a paesaggi, comunità e solide economie. Vengono per stupirsi, ogni volta, della straordinaria varietà che il nostro mondo rurale e gastronomico può offrire. Possibile che tutto questo non conti niente? Possibile che tra i tanti incentivi e appoggi finanziari, o per lo meno facilitazioni, non ce ne possano essere anche per chi è attirato da questo mestiere, certo faticosissimo, ma di grande futuro?

Invece no, si dice che il settore non è competitivo, che le nostre aziende, sempre più vecchie, sono troppo frammentate, che ci vorrebbe maggiore concentrazione: più agricoltura industriale di grande scala, meno persone nelle campagne. E poi si porta ad esempio, per esaltare il made in Italy, il settore del vino. Ma è proprio sulla frammentazione, sulla diversità dei territori e di tante piccole aziende creative e innovative, tutte concentrate sulla più alta qualità, che il vino italiano ha costruito i suoi successi.
La stessa cosa dovrebbe avvenire, essere promossa e finanziata, per tutti gli altri settori agricoli, per tutte le produzioni che possono fare della diversità e del radicamento sul territorio il loro punto di forza: ciò che non a caso ha reso fino ad oggi grande la nostra agricoltura e la nostra gastronomia, ciò che ha generato quell'appeal che si chiama anche "made in Italy". Non è solo sulle esportazioni che bisogna puntare: è sulla capacità dei nostri territori rurali di essere al servizio del Paese, a condizione che anche il Paese si metta al loro servizio.

Disoccupazione? Il Ministro dell'agricoltura giapponese ha finanziato per 800 persone che hanno perso il lavoro uno stage di 10 giorni per imparare a produrre e vendere ortaggi e frutta. Dopo il corso formativo i disoccupati lavoreranno per un anno in villaggi agricoli. Dall'altra parte del Pacifico, il dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti ha annunciato l'apertura di circa 300mila nuove aziende agricole negli ultimi anni. Una tendenza favorita dal programma per l'agricoltura definito dal nuovo presidente degli Stati Uniti: incoraggiare tramite detassazioni e finanziamenti agevolati i giovani a diventare agricoltori, incentivare l'agricoltura locale, sostenibile e biologica, promuovere le energie rinnovabili, assicurare la copertura della banda larga nelle aree rurali, migliorare le infrastrutture nelle campagne ed estendere l'obbligo di indicare l'origine degli alimenti in etichetta per consentire di distinguere il proprio prodotto da quello importato.

Noi invece vogliamo più cemento, più villette, più aziende agricole concentrate nelle mani di imprenditori sempre più vecchi, che rifiutano addirittura di farsi chiamare "contadini" e che diventano campioni di un sempre più anonimo export. Se dal 4% di occupati in agricoltura si provasse a passare anche solo al 5% o al 6%, come cambierebbe questo paese? Perché nessuno scommette sul settore, perché non si potenziano i mille rivoli di economia e produzione virtuosa che l'agricoltura di piccola e media scala consente? L'agricoltura italiana di qualità non può, non deve e soprattutto non vuole diventare "un paese per vecchi": occorre dare valore all'entusiasmo che oggi tanti giovani potrebbero mostrare per l'attività, considerando seriamente il comparto come uno dei più sani e potenti mezzi per reagire alla crisi. Anche così il made in Italy eviterà di diventare un'etichetta inutile e vuota, e sarà sempre meno facile imitarlo.

(7 aprile 2009)

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Nel Bollettino Ufficiale della Regione del 15 aprile scorso è stato pubblicato, nell’ambito del PSR 2007-2013, il bando relativo alla “Cooperazione per lo sviluppo di nuovi prodotti, processi e tecnologie nei settori agricolo e alimentare e in quello forestale”.
Sono ammissibili a contributo iniziative finalizzate alla costituzione di nuove società, realizzazione di studi, analisi di mercato, predisposizione test e realizzazione progetti pilota finalizzati alla cooperazione nello sviluppo di nuovi prodotti, processi e tecnologie nei settori agricolo e alimentare e in quello forestale.
I contributi sono rivolti ad imprenditori agricoli in forma singola e associata e alle imprese di trasformazione.
Il contributo previsto è del 70% dell’investimento ammissibile.
Le domande dovranno essere presentate entro e non oltre 75 giorni dalla pubblicazione nel BUR.
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Nell'ambito dell'asse II del Piano di Sviluppo Rurale è stato pubblicato oggi il bando per la presentazione delle domande di contributo per "Piani ed interventi per la gestione ambientale d'area". Le tipologie di spesa ammissibili riguardano la realizzazione di Piani di gestione ambientale o la predisposizione di Strumenti per lo sviluppo sostenibile " (certificazione ambientale, registrazione EMAS, ecc.).

Il bando è rivolto agli Enti locali e loro forme associate. Sono previsti contributi fino all'80% delle spese complessivamente sostenute. Le domande di contributo dovranno essere presentate entro 90 giorni dalla pubblicazione del bando sul BUR.

In particolare i contributi concessi sono finalizzati a sostenere:
- il raggiungimento di processi di certificazione ambientale internazionale (EMAS, ISO 14001);
- la formulazione di Piani/Progetti, di diffusione di strumenti di gestione ambientale del territorio inerenti processi decisionali inclusivi tipo Agenda 21 locale;
- l’adozione di sistemi di contabilità ambientale, la formulazione di Bilanci Ambientali e di Bilanci di Sostenibilità, l’utilizzo del GPP;
- la formulazione e l’adozione di Piani di Gestione Ambientale che partendo dall’Analisi Ambientale Iniziale sulle criticità presenti nei singoli territori, definiscano in dettaglio gli obiettivi ambientali che l’ente o gli enti interessati si prefiggono, le modalità di attuazione con cui si intende perseguire gli obiettivi attesi ed i tempi di realizzazione.
Allegati:

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Incentivi dal PSR per imboschimenti e valorizzazioni forestali
Beneficiari potranno essere sia soggetti privati che pubblici.

Misura 221 – Imboschimento dei terreni agricoli. L’intensità di contributo va dal 70% al 100%
Misura 223 – Imboschimento di superfici non agricole. L’intensità di contributo va dal 70% al 100%
Misura 122 – Migliore valorizzazione economica delle foreste. L’intensità di contributo va dal 50% al 60%
Misura 227 – Investimenti per la valorizzazione dei boschi in termini di pubblica utilità. L’intensità di contributo va dal 80% al 100%

Le domande possono essere presentate fino al 31 marzo 2011. Quelle presentate entro il 30 settembre 2009 concorreranno alla composizione della graduatoria per 20 annualità.
Allegati:

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Riprendo il tuo post del 18 Ottobre 2008

"Perugia, 17 ott. 08 – Ci saranno olio, vino, e prodotti “storici” ed unici come la fagiolina del Trasimeno, il sedano nero di Trevi, la roveja di Civita di Cascia, la lenticchia di Castelluccio, ma anche i “mazzafegati” dell’Alta Valle del Tevere, la “fava cottora” e il vinsanto: e, insieme ai prodotti, la gente che ha contribuito a preservarli e tenerli vivi, come i pescatori del Trasimeno, gli allevatori e i casari della Valnerina, i raccoglitori di frutti selvatici dell’Alto Tevere, i coltivatori dello zafferano di Cascia, i fornai di Collazzone, le cuoche popolari dell’Umbria, a cui si affiancheranno sei “top chef” umbri, che interpreteranno in chiave moderna prodotti e piatti della tradizione. È con questo “pacchetto” integrato di eccellenze, storia gastronomica e tipicità, capace di dare il senso di una “regione dove si mangia bene, si beve bene e si vive bene”, che l’Umbria sarà presente al “Salone del Gusto” ed alla concomitante e collegata (quest’anno anche logisticamente) terza edizione di “Terra Madre”, che si svolgeranno dal 23 al 27 ottobre a Torino".
Crededi che sia superato?
No penso proprio che questa volta vi possano essere rifiuti a progetti tendenti a favorire lo sviluppo di Gualdo attraverso i prodotti tipici locali. Ricordi in passato quando si parlava sul Ning di: la barbozza di gualdo, la capatura del maiale,lo zafferano, le pizze di Pacchini, i salumi, i liquori di Biscontini etc.
Hai fatto bene a riaccendere questo capitolo. E spero che molti altri possano dare il loro contributo.
Il Sindaco senz'altro.

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11 Novembre segna la fine dell'anno agrario, segnalo questa bella iniziativa: FESTA DEGLI ORTI IN CONDOTTA
Pochi giorni fa alcuni i bambini della scuola elementare sono stati a vendemmiare...
Speriamo che anche a Gualdo, prima o poi per S. Martino il mosto diventi un buon vino...

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