E' da un pò di tempo che "non passavo di qui", e mi sembra in qualche modo stamattina di "tornare a casa"!
Ho letto gran parte dei post da voi pubblicati e sono stata felice di ritrovarvi numerosi.
Oggi ho deciso di raccontarvi una storia sperando di conividerla con voi.
Trattasi di una storia vera, che tenterò, per quanto possibile, di rendervi un pò meno amara attraverso qualla sorta di "asetticismo" che questa forma di comunicazione permette.
Ieri, mentre ero in mille faccende affaccendata, ricevo una telefonata, è Francesca che mi cerca, ha 47 anni, due figlie adolescenti e un marito disoccupato da parecchio tempo ormai.
Francesca, agitata, mi dice qualcosa che non comprendo immediatamente benissimo, forse a causa anche di quell'accento marcatamente siciliano che ha, unito ad un cattivo segnale di ricezione, comprendo solo che ha bisogno di vedermi perchè è disperata.
Non siamo "amiche" io e lei, poco più che conoscenti in fondo, ma conosco la sua situazione precaria e le difficoltà grandissime in cui si trova da mesi.
Riesco a liberarmi dai miei impegni e la raggiungo a casa sua dove la trovo in compagnia del marito.
Il loro sorriso, seppur velato di tristezza, mi accoglie sulla porta.
Sembrano stupiti, favorevolmente stupiti del fatto che io sia li, che insomma abbia dato loro la priorità sul resto.
Mi raccontano che non ce la fanno più ad andare avanti, sono arrivati al fondo del barile, lei cassaintegrata della Merloni percepisce più o meno cinquecento euro al mese e non sa fino a quando, suo marito zero ovviamente, essendo disoccupato.
Hanno, o meglio avrebbero, un mutuo da pagare che supera quanto hanno di reddito mensilmente, le figlie, anche su invito dei servizi sociali, stanno tentando di terminare gli studi con ulteriori spese, dovrebbero mangiare per continuare a vivere e dovrebbero inoltre pagare bollette e tasse se non vogliono restare al buio e senza acqua in casa.
"Siamo disperati", mi dicono, "ormai non ci resta che l'accattonaggio o un gesto inconsulto, perchè mio marito, che ha 43 anni, non riesce a trovare uno straccio di lavoro nemmeno occasionale, eppure sa fare ed è disposto a fare qualunque cosa" .
Tra l'altro sono soli, non hanno parenti o amici che possano dare loro un supporto.
Solo la Caritas in qualche modo gli fornisce un minimo di sostegno, del cibo, abiti per le figlie, un appoggio morale.
"Aiutaci", mi supplicano dignitosamente, "ci sentiamo indegni ormai anche di essere genitori, non riuscendo a garantire nemmeno il minimo alle nostre figlie".
"Abbiamo paura, terrore di ritrovarci con i nostri quattro stracci in mezzo alla strada".
Poi si lasciano andare all'amarezza, quella terribilmente apatica di chi non ha più voglia nemmeno di strillarlo il proprio dolore.
Hanno bussato a mille porte mi raccontano, "Mio marito qualche mese fa è andato in Svizzera per un lavoro da carpentiere che però gli è stato garantito per soli due mesi, poi ha dovuto rifare i bagagli e tornarsene qui con pochi soldi in tasca, sufficienti appena a pagare i conti più impellenti, molti chili in meno per aver risparmiato anche sul cibo e tanta, troppa rabbia.
"Aiutaci" ripetevano come una nenia.
"Aiutaci".
Che coltellate al petto ogni qualvolta sentivo quella parola, che impotenza, che rabbia, che dolore ho provato.
Ma come fai a dire a due persone che ingoiano le proprie lacrime per mantenere minimamente integra la propria dignità che non sai come,cosa fare per aiutarli se non dividendo un pò di ciò che hai, che per altro non è molto, con loro?
Che parole si possono usare per rincuorarli e dargli forza quando tu per prima sai che quando uscirai da quella casa starai male tutto il giorno per quegli occhi che hai incontrato, per quelle lacrime che non hai visto, per quella speranza che hanno riposto in te e per la quale ti senti un verme perchè vivi fortemente il malessere di non sentirti all'altezza di riceverla?
La storia di Francesca e della sua famiglia è la storia di tanti oggi, lo so bene anche io, è la storia probabilmente anche di molti che leggeranno queste parole, magari appartenesse solo a lei, sarebbe più facile aiutarla.
Io ho avuto il privilegio di essere scelta da loro (forse per un errore di valutazione!!!) per raccogliere quella pacatissima richiesta di aiuto, è stato un privilegio grande, perchè penso che così come si scelgono le persone più care per condividere la gioa, allo stesso modo (a meno che non si chieda un raccomandazione, e allora avrebbero scelto altri!) si scelgono le persone di cui hai stima e consideri buone per condividere le difficoltà.
Però, insieme al privilegio, sento anche un grandissimo peso sulle spalle e ho il terrore di non poterlo sostenere.
Sono consapevole, purtroppo, che poco potrei da sola e allora credo che sia giusto per loro che io quel privilegio lo divida con voi, che in moltissime occasioni avete dimostrato amore per gli altri e soprattutto tanta passione nel fare del bene quando ve ne è stata necessità e sono certa che offrirete le vostre spalle forti affinchè quel peso che sto reggendo da sola sembri un pochino meno schiacciante.
Aiutatemi ad aiutarli.
Grazie di cuore e un abbraccio grande a tutti.
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