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Tratto da "L'Occidentale" , edizione di mercoledì 14 gennaio 2009 :

Index of Economic Freedom 2009
Questa la posizione dell'Italia nella classifica mondiale della libertà economica dell'Index of Economic Freedom 2009 pubblicata dall'Istituto Bruno Leoni.



L’economia italiana è libera al 61,4 per cento, il che pone il Paese al 76º posto nella classifica mondiale della libertà economica dell’Index of Economic Freedom 2009. Il punteggio complessivo dell’Italia è più basso dello 0,2 per cento rispetto al dato dell’anno scorso, in quanto i leggeri miglioramenti registrati in quattro settori sono stati compensati dal peggioramento per quanto riguarda la libertà dallo Stato e la libertà del lavoro. L’Italia occupa il 32º posto (su 43 Paesi) in Europa e ha un punteggio appena superiore alla media mondiale.

L’Italia ha un punteggio elevato per quanto riguarda libertà d’impresa, la libertà di scambio e la libertà d’investimento. Le procedure burocratiche sono state snellite. I dazi doganali sono ridotti, anche se il peso della burocrazia tende a scoraggiare gli investimenti dall’estero. In qualità di Stato membri dell’Unione Europea, l’Italia condivide la politica monetaria con gli altri Paesi dell’Unione, il che le consente di avere un’inflazione relativamente modesta, a dispetto delle distorsioni introdotte dallo Stato nel settore agricolo.

I punteggi relativi a diritti di proprietà e corruzione mostrano alcune debolezze del Paese. La libertà fiscale e la libertà dallo Stato (ossia, la dimensione del settore pubblico) continuano ad essere bassi, a causa dell’imponente welfare state. La spesa pubblica ammonta grosso modo alla metà del PIL. La riduzione del cronico deficit di bilancio e del debito pubblico è andata a rilento e il valore di quest’ultimo si aggira ancora intorno al 105 per cento del PIL. L’attività economica informale (economia sommersa) è considerevole.

Informazioni generali
A dispetto di oltre 60 cambiamenti di governo negli anni intercorsi dal 1946 a oggi, in genere la vita politica del Paese è stata dominata dalla Democrazia Cristiana. L’avvento di una serie di governi di coalizione ha portato ad avere più stabilità. Nel 2008 il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha vinto per la terza volta le elezioni politiche. L’Italia, Paese fondatore dell’Unione Europea, ha rappresentato un elemento cardine dell’integrazione europea e fa inoltre parte della NATO e del G8. Pur essendo una delle maggiori economie mondiali, l’Italia è contraddistinta dal persistere di considerevoli diseguaglianze tra un Nord ricco e imprenditoriale e un Sud più povero e più dipendente dallo Stato. Le piccole e medie imprese continuano a prosperare in campo manifatturiero e nell’ambito del design di alto livello, ma si stima che l’economia sommersa conti per il 27 per cento dell’attività economica del Paese: si tratta di un valore doppio rispetto alla media OCSE. Il turismo e i servizi sono tra i comparti economici più importanti.

Libertà d’impresa – 78,7%
Nel complesso, la libertà di condurre un’attività economica è adeguatamente tutelata dalle regole in vigore nel Paese. Avviare un’attività economica richiede in media 10 giorni, rispetto ad una media mondiale di 38 giorni. Ottenere una licenza commerciale richiede un numero di procedure inferiore alle 18 della media mondiale, e un periodo di tempo superiore alla media mondiale di 225 giorni. Chiudere un’attività è relativamente semplice.

Libertà di scambio – 80,8%
La politica italiana relativa agli scambi è identica a quella degli altri Stati Membri dell’Unione Europea. Nel 2005, la media ponderata delle tariffe doganali comuni dell’UE era pari al 2,1 per cento. Le barriere non tariffarie create dalle politiche europee si palesano in normative alquanto restrittive in campo farmaceutico e bio-tecnologico, in acquisti da parte degli enti pubblici poco trasparenti e tendenti alla corruzione, le barriere all’ingresso al mercato dei servizi possono superare la media europea e la tutela della libertà intellettuale è debole. A causa delle barriere non tariffarie, dal punteggio complessivo dell’Italia in relazione alla libertà degli scambi sono stati detratti 15 punti percentuali.

Libertà fiscale – 54,3%
L’Italia è contraddistinta da gravi imposte sul reddito individuale e da un’imposta sul reddito d’impresa moderata. Nell’emendamento alla legge finanziaria del 2008, l’aliquota massima dell’imposta sul reddito societario è stata ridotta dal 33 al 27,5 per cento. Tra le altre imposizioni fiscali, si annoverano l’IVA, un’imposta sugli interessi e una sulla pubblicità. Nell’ultimo anno per il quale disponiamo di dati, il gettito fiscale complessivo ha raggiunto il livello del 42,6 per cento del PIL.

Libertà dallo Stato — 24,7%
La spesa pubblica complessiva, comprendendo i consumi e le attività di redistribuzione del reddito (pensioni, sovvenzioni, ecc.) è estremamente elevata. Nell’ultimo anno la spesa pubblica ha raggiunto il livello del 50,1 per cento del PIL. Lo Stato controlla ancora alcune imprese strategiche, principalmente nel settore dei trasporti e dell’energia. Il tentativo di privatizzare la compagnia di bandiera Alitalia non ha avuto facile esito.

Libertà monetaria — 80,8%
L’Italia fa parte della zona dell’euro. L’inflazione italiana è relativamente bassa, con una media del 2,1 per cento tra il 2004 e il 2007. Partecipando alla Politica Agricola Comune dell’Unione Europea, l’Italia offre sussidi alla produzione agricola, distorcendo in tal modo i prezzi dei prodotti agricoli. Tra i beni e servizi soggetti a tariffe imposte a livello nazionale dallo Stato vi sono la fornitura di acqua potabile, l’elettricità, il gas, i pedaggi autostradali, i farmaci prescrivibili rimborsabili, le telecomunicazioni e i trasporti interni. In conseguenza di tali politiche, che distorcono i prezzi interni, dal punteggio complessivo del Paese è stato detratto un ulteriore 10 per cento.

Libertà d’investimento — 70%
L’Italia è aperta agli investimenti dall’estero, ma il governo può porre il veto all’acquisizione di imprese italiane che coinvolgano investitori stranieri. Agli investitori stranieri attivi in Italia o in altri Pesi dell’Unione Europea viene riservato il medesimo trattamento degli investitori italiani, con alcune eccezioni relative al settore della difesa, della produzione aeronautica, dell’esplorazione ed estrazione petrolifera, dei trasporti aerei nazionali e dei trasporti marittimi. L’inefficienza del sistema giudiziario italiano viene spesso menzionata come un deterrente agli investimenti dall’estero. Il peso eccessivo della burocrazia, l’inadeguatezza delle infrastrutture, la scarsa trasparenza delle normative, la possibilità dell’intervento dello Stato e l’ostilità dei sindacati possono altresì inibire gli investimenti. Peraltro non vi sono ostacoli al rimpatrio di profitti, trasferimenti di fondi, versamenti o trasferimenti correnti. Gli stranieri non possono acquistare terreni adiacenti ai confini nazionali.

Libertà finanziaria — 60%
Il settore finanziario italiano è abbastanza sviluppato e offre una vasta gamma di servizi finanziari. Il credito viene assegnato ai termini stabiliti dal mercato e l’arrivo di operatori stranieri non subisce più eccesisvi osticoli. Lo Stato non detiene più pacchetti azionari di rilievo nel settore bancario e oggi non restano che tre importanti istituti finanziari (la Cassa Depositi e Prestiti, Poste Italiane/ Bancoposta e l’Istituto per il Credito Sportivo) controllati dallo Stato. Le sei banche più grandi contano per oltre il 50 per cento degli asset complessivi, sebbene la concentrazione in tale settore risulti inferiore che nel resto d’Europa. Le normative e i divieti possono risultare onerose e ottenere il controllo di un istituto finanziario richiede l’approvazione delle autorità pubbliche. Verso la fine del 2005 è stata promulgata una legislazione mirante a migliorare il sistema normativo. Le autorità hanno intrapreso alcuni passi per riformare i mercati dei capitali ancora inadeguatamente sviluppati.

Diritti di proprietà — 50%
I diritti di proprietà e i contratti sono tutelati, ma le vertenze giudiziarie sono lente e numerose aziende preferiscono giungere ad un accomodamento extra-giudiziario. La tutela dei diritti di proprietà è più debole di quanto non sia il caso in altri Paesi dell’Europa occidentale.

Libertà dalla corruzione — 52%
L’esistenza della corruzione viene nettamente avvertita. Sui 179 Paesi classificati nell’edizione del 2007 del Corruption Perceptions Index di Transparency International, l’Italia occupa il 41º posto. La corruzione è più comune di quanto non sia il caso in altri Paesi europei e gli italiano ritengono che i settori relativi agli investimenti siano particolarmente colpiti.

Libertà del lavoro — 61,3%
La relativa rigidità delle normative sul lavoro ostacolano l’occupazione e la crescita della produttività. I costi non salariali di un lavoratore dipendente sono decisamente elevati. Le normative sull’orario di lavoro sono relativamente rigide.

Informazioni sintetiche

Popolazione: 58,9 milioni di abitanti

PIL (a parità di potere d’acquisto):
1.700 miliardi di dollari
crescita nel 2006: 1,8%
crescita annuale negli ultimi 5 anni: 0,9%
PIL pro capite pari a 29.053 dollari

Disoccupazione: 6,0%

Inflazione (indice dei prezzi al consumo): 2,0%

Investimento diretto estero (afflusso netto): – 39,2 miliardi di dollari

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Mattia Pasquarelli Commento da Mattia Pasquarelli su 14 Gennaio 2009 a 15:23
"ma che ce frega, ma che ce 'mporta".......ahahaha...scherzavo!
In poche parole, me spieghi quello che voi dì, xkè non c'ho avuto voja de legge tutto! Semo LIBERI o semo INCATENATI?
Grazie Franz
Francesco Cioli Commento da Francesco Cioli su 14 Gennaio 2009 a 15:40
Per risponderti uso un altro articolo, anche questo un po' lunghetto, apparso sempre sullo stesso sito, L'Occidentale, a firma di Piercamillo Falasca.

Index of Economic Freedom 2009
L'economia italiana è al palo ma continuare a dirselo serve a poco .

Si sente parlare del Botswana una volta all’anno sui giornali italiani, quando l’Heritage Foundation pubblica (in collaborazione con il WSJ ed una serie di think tank, tra cui l’Istituto Bruno Leoni) il grado di libertà economica dei paesi del mondo. E, puntualmente, i giornali annunciano con clamore che l’Italia è messa peggio di questo simpatico stato africano. Appena ieri è stato il Sole 24 Ore a non resistere all’esotico paragone.

Quest’anno, però, confrontare l’Italia con il Botswana è decisamente riduttivo per l’ex colonia britannica, incastonata come i diamanti di cui è ricca tra il Sud Africa, la Namibia e lo Zimbabwe. Chi scrive sa poco del Botswana, tranne ciò che si può leggere nel rapporto redatto dall’Heritage e su Wikipedia. Ma ciò che da queste fonti si apprende, è sufficiente a chiedere alla stampa italiana di non usare più il paese africano come pietra di paragone per la scarsa libertà economica italiana: ormai il Botswana, con cui fino a pochi anni fa rivaleggiavamo, è lontano e in ascesa, 34esimo nella classifica, ben più avanti dell’Italia, 76esima, terzultima nella Ue, 32esima su 43 a livello continentale ed in picchiata libera rispetto alla 64esima posizione del 2008.

Rispetto alla performance del 2008, l’Italia peggiora la sua posizione soprattutto nel già rigido mercato del lavoro, colpevoli le improvvide scelte compiute dal Governo Prodi con il cosiddetto protocollo del Welfare, e per il peggioramento dell’indice che rileva quanto “ingombrante” è lo Stato nell’economia, a causa dell’aumento della spesa pubblica e del goffo processo di privatizzazione di Alitalia. I miglioramenti che la ricerca evidenzia sono ormai quasi esogeni (la libertà monetaria) o di scarsa entità (la libertà di business e la libertà fiscale, aumentata per l’Heritage grazie all’abbassamento dell’aliquota Ires), tanto che il nostro paese scivola inesorabilmente nella classifica.

Basta col Botswana, insomma. I paesi a cui dobbiamo guardare con rinnovato stupore oggi sono altri: i tre che ci precedono - Madagascar, Kirghizistan, Turchia - e i tre che ci incalzano - Capo Verde, Macedonia e Paraguay!

Accantonando suggestioni e toni scherzosi, vale la pena riflettere sui risultati della ricerca. Le storture strutturali sono note e unanimemente riconosciute: l’abnorme della spesa pubblica, il dualismo tra Nord e Sud, il debito pubblico superiore al valore del Pil. E ancora, la tassazione asfissiante, la burocrazia bizantina, il mercato del lavoro rigido, la corruzione. In molti di questi ambiti, l’Italia presenta un livello di libertà economica inferiore alla media mondiale, tanto che la stessa ricerca dell’Heritage – tra le righe – pare stupirsi che il Belpaese riesca ancora ad avere una delle maggiori economie del mondo, stanti tutti gli handicap cui l’iniziativa economica è soggetta.

Ciò che il rapporto non rileva è il grado di assuefazione della classe politica e dell’opinione pubblica a dati tanto allarmanti.

Impegnati a riflettere filosoficamente se la crisi economica sia sostanza o accidente e se la recessione sia colpa o meno del mercato, non ci accorgiamo dell’enorme opportunità che abbiamo di fronte. Nelle corse automobilistiche, per una macchina che ha sbagliato il tipo di gomme da utilizzare, l’ingresso in pista della safety car è come manna dal cielo: tutte le vetture vengono rallentate e la sventurata può rientrare ai box, cambiare le gomme e ripartire senza aver perduto terreno rispetto alle avversarie. Andata via la safety car, gareggerà con le altre come non avrebbe potuto prima (in realtà dal 2007 le regole della Formula Uno non lo permettono più, ma il paragone resta efficace, quanto meno per altre categorie).

Per l’Italia, la crisi economica dovrebbe essere l’occasione per cambiar le gomme, verificare l’assetto della macchina statale, compiere gli opportuni sacrifici. Tanto è il gap dell’Italia rispetto ai nostri competitori che non c’è da inventar nulla, se non da porre in essere le riforme che da anni i governi al potere sono incapaci o invogliati a realizzare.

Chi ha la fortuna di poter riportare le proprie idee sui mezzi di informazione ha il compito di combattere il pericolo dell’assuefazione alla illibertà, tanto pericolosa quanto più essa si colora di considerazioni folkloristiche sul Botswana o sull’Albania e la Romania, che pure ci precedono: non avendo gli italiani alcun timore che, al di là di tutto, il nostro paese sia un posto enormemente migliore delle suddette realtà, l’allarme dell’Heritage non provoca loro di più di un levar di ciglio.

Eppure non c’è imprenditore, lavoratore, consumatore e contribuente che non si renda conto di quanto sia reale, più che la crisi economica mondiale, la crisi della libertà economica italiana.

Come mai, allora, permettiamo al Paese di andare alla deriva?

Tra i tanti commenti alla ricerca che ieri si sono uditi, ce n'è uno significativo. Valentina Sanfelice di Bagnoli, presidente dei Giovani di Confapi, afferma: “(…) Occorre lavorare spostando l’attenzione dagli interventi a vantaggio della singola azienda alle misure per la competitività di sistema (…)”. Molti italiani, storicamente, singolarmente o nelle organizzazioni che li rappresentano (sindacati, ordini professionali, categorie imprenditoriali e così via) fanno il contrario di quanto chiede Sanfelice: chiedono interventi ad personam, in virtù di una supposta “specificità” del proprio settore, della propria azienda – in cui lavorano o di cui sono proprietari - o della propria condizione sociale.
enzo bazzucchi Commento da enzo bazzucchi su 14 Gennaio 2009 a 15:56
oddio francè.me ce vole troppo per legg tutto mò ce provo stasera.
roberto cambiotti Commento da roberto cambiotti su 14 Gennaio 2009 a 16:05
Interessante e soprattutto impressionante il dato sull'economia sommersa: ben il 27% dell'attività economica del paese.
Quanto ancora sfugge al controllo della pubblica amministrazione?
Quanta la misura delle attività illegali?
Quanto si evade ancora nella nostra Italia?
...Decisamente tanto direi.
Ancora forte oserei dire la presenza di un'economia nascosta che convive parallelamente con l'economia ufficiale e che a volte da un'immagine anche piuttosto diversa di quanto indichino i dai statistici.
Anzi gli stessi dati quali tasso di disoccupazione e reddito pro-capite risultano notevolmente distorti.
Nessuna scelta di politica economica, quindi, a mio avviso, può ritenersi giusta se non tiene in considerazioni questo aspettocosì nascosto ma anche così evidente.
Francesco Cioli Commento da Francesco Cioli su 14 Gennaio 2009 a 16:08
Quella competitività di sistema che servirebbe a noi per il rilancio della ceramica artistica attraverso la creazione di un distretto del lustro, per la scommessa sul turismo, per il rilancio economico in generale.
E invece di creare sinergie nel marketing e nella ricerca le nostre amministrazioni passate hanno usato i soldi pubblici per finanziare singole imprese attraverso misere elargizioni che, distribuite a pioggia, non hanno dato nessuna svolta al mercato ed al settore. Anzi, spesso ne hanno allungato l'agonia.
A mio avviso una amministrazione pubblica ha, come primo compito, quello di dare all'imprenditore e più in generale al mercato gli strumenti per operare: consulenza, formazione, immagine, infrastrutture.
Poi sarà l'imprenditore capace ad emergere dalla massa ed a sapersi distinguere, restando sul mercato grazie alle sue capacità e non grazie ai soldi pubblici.
La creazione di strumenti comuni permette a chiunque di poter accettare la sfida e imprendere misurandosi soprattutto col mercato.
Faccio un esempio: se a Gualdo i soldi dati ai ceramisti negli anni fossero stati sfruttati per seminari, formazioni, ricerca, marketing oggi probabilmente avremmo un know-how diverso sul territorio e, ci scommetto, una crisi meno profonda. Ma i politici e purtroppo nel nostro caso spesso anche gli imprenditori, hanno avuto vista corta.
Libertà di impresa significa anche strumenti comuni a disposizione di tutti che permettano l'ingresso di nuovi attori nel settore che sfruttino il business in maniera orizzontale, creando non solo attività simili ma anche correlate o collegate.
L'elargizione ad personam crea invece barriere all'ingresso di nuovi attori perchè droga il mercato, creando scompenso a favore di chi già vi è dentro ed impedendo l'ingresso dei nuovi che avrebbero da colmare un gap ingiustificato e non legato alla produttività ed all'efficienza, ma al semplice fatto di esistere.
Girando per le imprese, al di là di quelle facenti parte di particolari settori, ho potuto riscontrare generalmente due diversi sentimenti e modi di vedere l'attuale crisi del mercato: da un lato chi si piange addosso, chi si lamenta e chiede sovvenzioni, aiuti di stato, incentivi; dall'altro chi dice "era ora, siamo alla resa dei conti".
Ammiro quest'ultimi perchè hanno imprese competitive, sfidano il mercato, cercano idee nuove, sono strutturati, sono certificati e moderni, cercano la qualità e non hanno ancora ricorso nemmeno ad un ora di cassa integrazione.

Sta passando la safety car, come dice sopra, e tutti rallentano. Allora cambiamo gomme anche a Gualdo pronti per quando il semaforo sarà di nuovo verde.
roberto cambiotti Commento da roberto cambiotti su 14 Gennaio 2009 a 17:20
Francesco
Credo che sia stato fatto un tentativo con l'esperienza di 2-3 anni fa del SIS e ciò sia emblematico di come nel nostro territorio qualsiasi progetto benchè valido stenti a decollare (e non per colpa di misteriose forze oscure!!).
Il sistema innovazione e sviluppo, presentato come volano dell'economia gualdese, una società a responsabilità limitata che avrebbe dovuto fornire tutto ciò di cui parli tu Francesco.
Di fatto mai operativa.
Analisi del tessuto socio-economico ed imprenditoriale della realtà gualdese, attività di animazione territoriale, analisi di pre-fattibilità dei progetti aziendali, attività di supporto e servizi mirati alle imprese, raccolta e realizzazione di progetti imprenditoriali,
Formazione, progettazione, ricerca, consulenza, assistenza tecnica, in progetti di valorizzazione territoriale rendendoli in grado di reperire contributi regionali, nazionali e comunitarie.
CHE FINE HANNO FATTO?
Tutte buone intenzioni, ma difatto sovrastate da un modo di far politica che evidentemente alla pianificazione e progettualità preferisce di gran lunga una politica di basso profilo, con il placet ed il connubio dei soliti rappresentanti di categoria, impantanata nel più comodo rapporto interpersonale del do ut des.

A questo punto mi chiedo: che senso ha continuare a mantenere un'assessorato allo svulippo economico nel nostro territorio se non quello che pochi giorni fa segnalava un esponente politico locale nella stampa?
Massimiliano Mariani Commento da Massimiliano Mariani su 14 Gennaio 2009 a 23:58
Riparto dall'ultimo commento di Francesco (prima c'ho capito poco... anche per pigrizia)

Condivido gran parte del discorso, compreso quello di Roberto, nè ho parlato anche in questo vecchio post (c'era qualche altro commento, ma a volte vengono cancellati... Mah!)

Il discorso sui contributi a pioggia, sono perfettamente daccordo... sono più dannosi che produttivi...
I contributi vanno erogati per progetti comuni, di promozione dell'intero comparto, del marchio o della tipicità...
C'è un però...
A mio parere serve la partecipazione e l'interesse degli addetti, degli operatori, dell'aziende...
E' evidente che fino ad oggi, ognuno è andato per i fatti suoi... ancor peggio ha puntato sulla concorrenza fatta al vicino di casa... pensando solo al suo caro orticello...
Quindi a mio avviso, quello che c'è cambiare è proprio questa tendenza (forse è tardi)... e soprattutto certe proposte di promuovere il mercato di filiera, deve partire dalle singole aziende... unendo le forze almeno per la fase di marketing...
a volte le proposte fatto dall' "alto" sembrano quasi imposte o dovute... meglio se partano dagli attori interessati...
anche perchè se sono proprio loro, quelli assenti a certi progetti... d'idee ne puoi pensare quante vuoi...
Angelo Gaudenzi Commento da Angelo Gaudenzi su 15 Gennaio 2009 a 2:35
Per installare generatori eolici la libertà d'impresa scende quasi a 0 (zero)

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